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A Cuneo: Michele Pellegrino. Una parabola fotografica.





A Cuneo, nel Complesso Monumentale di San Francesco, ex Chiesa di San Francesco la mostra fotografica dedicata a Michele Pellegrino promossa dalla Fondazione CRC.


La Fondazione CRC presenta fino a domenica 30 settembre presso il Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo, con la collaborazione del Comune di Cuneo, la mostra Michele Pellegrino. Una parabola fotografica, a cura di Enzo Biffi Gentili. L'esposizione è un'antologica dedicata al fotografo cuneese Michele Pellegrino che ripercorre 50 anni di carriera.

La mostra è stata realizzata grazie alla donazione dell'intero archivio fotografico da parte di Michele Pellegrino alla Fondazione CRC che, nell'ambito del progetto Donare - Rilanciare la cultura del dono in provincia di Cuneo, intende rafforzare lo spirito di condivisione nella comunità della provincia di Cuneo custodendo i tesori che vengono donati e promuovendo nuove opportunità di donazioni.

Il titolo della mostra trae ispirazione da una riflessione di Cesare Pavese, l'illustre scrittore cuneese del quale quest'anno ricorre il 110° anniversario dalla nascita. In una lettera del 1949, pubblicata nella raccolta Lettere 1926 - 1950 (Einaudi 1968), Pavese, riferendosi al suo romanzo Paesi tuoi, afferma: "L'opera è un simbolo dove tanto i personaggi che l'ambiente sono mezzo alla narrazione di una paraboletta, che è la radice ultima della narrazione e dell'interesse: il 'cammino dell'anima' della mia Divina Commedia".




Le parole di Cesare Pavese diventano una sorta di guida d'eccezione della mostra accompagnando il visitatore tra le immagini esposte: come in un gioco di specchi è il celebre scrittore a illustrare il lavoro di Pellegrino e non viceversa.
Entrambi gli artisti sono accomunati dall'insofferenza verso l'etichetta di narratori realisti e naturalisti data da molti critici, quando è invece l'ottica simbolica a dirigere le loro trame artistiche.
"Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie..." così lo stesso autore, parlando in terza persona, si difende dalle accuse dei critici nella sinossi redatta per i Dialoghi con Leucò (Einaudi, 1947).

Il percorso espositivo comprende 75 fotografie suddivise in 19 sezioni monotematiche e prende avvio dalla navata della ex Chiesa di San Francesco per terminare nelle cappelle, in un viaggio che parte dai ritratti dei contadini degli anni '70, sino ai paesaggi montani dagli anni '80 a oggi.

Nelle fotografie degli anni '70 i soggetti rappresentati sono “anacronistici”, residenti in un limbo temporale che li separa dal giogo della quotidianità. Si tratta di mezzadri della pianura e di montanari resistenti sulle alture delle Langhe, frati e suore di clausura. Personaggi fuori dal tempo, raffigurati come fossili antropologici.
Proprio i frati e le suore di clausura sono i protagonisti della sezione Padri e sorelle, dedicata agli 8 anni, dal 1972 al 1980, in cui Michele Pellegrino, credente, seppur non osservante, appassionato di letture filosofiche e teologiche, si è dedicato a ritrarre questi personaggi che per propria scelta vivono al di fuori della società e della storia.


È una missione fotografica unica nel suo genere, originata dall'interesse verso queste scelte di radicalità spirituale ed esistenziale. L'importanza della sua ricerca è tale che nell'abside della ex chiesa di San Francesco è ospitato Il trittico mistico, una composizione di tre grandi foto conventuali.

Dagli anni '80 le fotografie di Pellegrino vedono via via scomparire la figura umana, trasformandosi in immagini inanimate e difficilmente databili. Gli adorati paesaggi montuosi e, più raramente, marini, diventano i soggetti scelti dal fotografo. Luoghi in cui l'unico vissuto è quello minerale, in lentissima e impercettibile evoluzione. Le sue vette, soprattutto quelle più “tenebrose”, privilegiate in questa mostra, rinviano al tempo stesso al sublime e all'eremitico. Pellegrino si dimostra egualmente straordinario quando fotografa interi paesi del cuneese, luoghi che sembrano disabitati, infestati da oscure presenze che rimandano al neogotico e al fantasy.



L'interpretazione della realtà in Pellegrino si accosta al senso ultimo dell'opera del citato Pavese, una visione simbolica e metafisica del mondo che lo circonda, una concezione quindi, quella di Pellegrino, della fotografia come allegoria.

La mostra sarà accompagnata da Storie, una speciale monografia sull'intera opera di Pellegrino edita da Skira con testi critici redatti da Enzo Biffi Gentili e Walter Guadagnini.

Michele Pellegrino è nato il 1° febbraio 1934 a Chiusa di Pesio in provincia di Cuneo e ha avuto una vita piuttosto movimentata. Da bambino ha vissuto gli anni difficili e travagliati della guerra. A nove anni, da giugno, appena finita la scuola, fino all'inizio del seguente anno scolastico, è andato come servitore in una cascina. La paga pattuita era mezzo sacco di castagne e mezzo sacco di patate. Erano tempi difficili e in famiglia tutti dovevano contribuire. Il lavoro di pastore fu l'inizio di molti altri mestieri. Poi l'innamoramento per la fotografia, fino a quel momento un universo sconosciuto. Per Pellegrino fu l'inizio di una nuova vita.
Autodidatta assoluto, senza la minima idea di cosa concretamente fosse e a che cosa servisse la fotografia, incominciò a fare le cose che fanno tutti i fotoamatori, e aprì un piccolo laboratorio per servizi e sviluppi su commissione. Poi, sentendo l'esigenza anche di un lavoro più creativo, autonomo e personale, si guardò intorno e decise di fotografare il mondo che conosceva meglio, quello della montagna.
Erano gli anni dell'“esodo”. La montagna si spopolava, la gente era abbandonata da tutti e l'unica possibilità per loro era migrare verso la pianura, la città, la fabbrica. Dopo i primi goffi tentativi, Pellegrino si rese conto che raccontare per immagini non era così semplice, ma da montanaro testardo non si arrese e nacque così Il profondo Nord. Un'indagine a tappeto su quasi tutte le vallate del Cuneese. Seguirono altre storie, spesso con argomenti diversi tra loro. Pellegrino ha sperimentato quasi tutti i generi fotografici, non si è mai fatto mancare niente. Pur avendo fatto mostre importanti in Italia e all'estero ha sempre privilegiato il libro. Ne ha pubblicati circa trenta.

Michele Pellegrino, una parabola fotografica
Luogo: Complesso monumentale di San Francesco via Santa Maria 10 Cuneo
Orari: dal martedì alla domenica alle ore 15.30 - 18.30. Lunedì chiuso.
Ingresso libero.

Franca D.Scotti

Luglio 2018

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A Cuneo: Michele Pellegrino. Una parabola fotografica.





A Cuneo, nel Complesso Monumentale di San Francesco, ex Chiesa di San Francesco la mostra fotografica dedicata a Michele Pellegrino promossa dalla Fondazione CRC.


La Fondazione CRC presenta fino a domenica 30 settembre presso il Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo, con la collaborazione del Comune di Cuneo, la mostra Michele Pellegrino. Una parabola fotografica, a cura di Enzo Biffi Gentili. L'esposizione è un'antologica dedicata al fotografo cuneese Michele Pellegrino che ripercorre 50 anni di carriera.

La mostra è stata realizzata grazie alla donazione dell'intero archivio fotografico da parte di Michele Pellegrino alla Fondazione CRC che, nell'ambito del progetto Donare - Rilanciare la cultura del dono in provincia di Cuneo, intende rafforzare lo spirito di condivisione nella comunità della provincia di Cuneo custodendo i tesori che vengono donati e promuovendo nuove opportunità di donazioni.

Il titolo della mostra trae ispirazione da una riflessione di Cesare Pavese, l'illustre scrittore cuneese del quale quest'anno ricorre il 110° anniversario dalla nascita. In una lettera del 1949, pubblicata nella raccolta Lettere 1926 - 1950 (Einaudi 1968), Pavese, riferendosi al suo romanzo Paesi tuoi, afferma: "L'opera è un simbolo dove tanto i personaggi che l'ambiente sono mezzo alla narrazione di una paraboletta, che è la radice ultima della narrazione e dell'interesse: il 'cammino dell'anima' della mia Divina Commedia".




Le parole di Cesare Pavese diventano una sorta di guida d'eccezione della mostra accompagnando il visitatore tra le immagini esposte: come in un gioco di specchi è il celebre scrittore a illustrare il lavoro di Pellegrino e non viceversa.
Entrambi gli artisti sono accomunati dall'insofferenza verso l'etichetta di narratori realisti e naturalisti data da molti critici, quando è invece l'ottica simbolica a dirigere le loro trame artistiche.
"Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie..." così lo stesso autore, parlando in terza persona, si difende dalle accuse dei critici nella sinossi redatta per i Dialoghi con Leucò (Einaudi, 1947).

Il percorso espositivo comprende 75 fotografie suddivise in 19 sezioni monotematiche e prende avvio dalla navata della ex Chiesa di San Francesco per terminare nelle cappelle, in un viaggio che parte dai ritratti dei contadini degli anni '70, sino ai paesaggi montani dagli anni '80 a oggi.

Nelle fotografie degli anni '70 i soggetti rappresentati sono “anacronistici”, residenti in un limbo temporale che li separa dal giogo della quotidianità. Si tratta di mezzadri della pianura e di montanari resistenti sulle alture delle Langhe, frati e suore di clausura. Personaggi fuori dal tempo, raffigurati come fossili antropologici.
Proprio i frati e le suore di clausura sono i protagonisti della sezione Padri e sorelle, dedicata agli 8 anni, dal 1972 al 1980, in cui Michele Pellegrino, credente, seppur non osservante, appassionato di letture filosofiche e teologiche, si è dedicato a ritrarre questi personaggi che per propria scelta vivono al di fuori della società e della storia.


È una missione fotografica unica nel suo genere, originata dall'interesse verso queste scelte di radicalità spirituale ed esistenziale. L'importanza della sua ricerca è tale che nell'abside della ex chiesa di San Francesco è ospitato Il trittico mistico, una composizione di tre grandi foto conventuali.

Dagli anni '80 le fotografie di Pellegrino vedono via via scomparire la figura umana, trasformandosi in immagini inanimate e difficilmente databili. Gli adorati paesaggi montuosi e, più raramente, marini, diventano i soggetti scelti dal fotografo. Luoghi in cui l'unico vissuto è quello minerale, in lentissima e impercettibile evoluzione. Le sue vette, soprattutto quelle più “tenebrose”, privilegiate in questa mostra, rinviano al tempo stesso al sublime e all'eremitico. Pellegrino si dimostra egualmente straordinario quando fotografa interi paesi del cuneese, luoghi che sembrano disabitati, infestati da oscure presenze che rimandano al neogotico e al fantasy.



L'interpretazione della realtà in Pellegrino si accosta al senso ultimo dell'opera del citato Pavese, una visione simbolica e metafisica del mondo che lo circonda, una concezione quindi, quella di Pellegrino, della fotografia come allegoria.

La mostra sarà accompagnata da Storie, una speciale monografia sull'intera opera di Pellegrino edita da Skira con testi critici redatti da Enzo Biffi Gentili e Walter Guadagnini.

Michele Pellegrino è nato il 1° febbraio 1934 a Chiusa di Pesio in provincia di Cuneo e ha avuto una vita piuttosto movimentata. Da bambino ha vissuto gli anni difficili e travagliati della guerra. A nove anni, da giugno, appena finita la scuola, fino all'inizio del seguente anno scolastico, è andato come servitore in una cascina. La paga pattuita era mezzo sacco di castagne e mezzo sacco di patate. Erano tempi difficili e in famiglia tutti dovevano contribuire. Il lavoro di pastore fu l'inizio di molti altri mestieri. Poi l'innamoramento per la fotografia, fino a quel momento un universo sconosciuto. Per Pellegrino fu l'inizio di una nuova vita.
Autodidatta assoluto, senza la minima idea di cosa concretamente fosse e a che cosa servisse la fotografia, incominciò a fare le cose che fanno tutti i fotoamatori, e aprì un piccolo laboratorio per servizi e sviluppi su commissione. Poi, sentendo l'esigenza anche di un lavoro più creativo, autonomo e personale, si guardò intorno e decise di fotografare il mondo che conosceva meglio, quello della montagna.
Erano gli anni dell'“esodo”. La montagna si spopolava, la gente era abbandonata da tutti e l'unica possibilità per loro era migrare verso la pianura, la città, la fabbrica. Dopo i primi goffi tentativi, Pellegrino si rese conto che raccontare per immagini non era così semplice, ma da montanaro testardo non si arrese e nacque così Il profondo Nord. Un'indagine a tappeto su quasi tutte le vallate del Cuneese. Seguirono altre storie, spesso con argomenti diversi tra loro. Pellegrino ha sperimentato quasi tutti i generi fotografici, non si è mai fatto mancare niente. Pur avendo fatto mostre importanti in Italia e all'estero ha sempre privilegiato il libro. Ne ha pubblicati circa trenta.

Michele Pellegrino, una parabola fotografica
Luogo: Complesso monumentale di San Francesco via Santa Maria 10 Cuneo
Orari: dal martedì alla domenica alle ore 15.30 - 18.30. Lunedì chiuso.
Ingresso libero.

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La Fondazione CRC presenta fino a domenica 30 settembre presso il Complesso Monumentale di San Francesco a Cuneo, con la collaborazione del Comune di Cuneo, la mostra Michele Pellegrino. Una parabola fotografica, a cura di Enzo Biffi Gentili. L'esposizione è un'antologica dedicata al fotografo cuneese Michele Pellegrino che ripercorre 50 anni di carriera.

La mostra è stata realizzata grazie alla donazione dell'intero archivio fotografico da parte di Michele Pellegrino alla Fondazione CRC che, nell'ambito del progetto Donare - Rilanciare la cultura del dono in provincia di Cuneo, intende rafforzare lo spirito di condivisione nella comunità della provincia di Cuneo custodendo i tesori che vengono donati e promuovendo nuove opportunità di donazioni.

Il titolo della mostra trae ispirazione da una riflessione di Cesare Pavese, l'illustre scrittore cuneese del quale quest'anno ricorre il 110° anniversario dalla nascita. In una lettera del 1949, pubblicata nella raccolta Lettere 1926 - 1950 (Einaudi 1968), Pavese, riferendosi al suo romanzo Paesi tuoi, afferma: "L'opera è un simbolo dove tanto i personaggi che l'ambiente sono mezzo alla narrazione di una paraboletta, che è la radice ultima della narrazione e dell'interesse: il 'cammino dell'anima' della mia Divina Commedia".




Le parole di Cesare Pavese diventano una sorta di guida d'eccezione della mostra accompagnando il visitatore tra le immagini esposte: come in un gioco di specchi è il celebre scrittore a illustrare il lavoro di Pellegrino e non viceversa.
Entrambi gli artisti sono accomunati dall'insofferenza verso l'etichetta di narratori realisti e naturalisti data da molti critici, quando è invece l'ottica simbolica a dirigere le loro trame artistiche.
"Cesare Pavese, che molti si ostinano a considerare un testardo narratore realista, specializzato in campagne e periferie..." così lo stesso autore, parlando in terza persona, si difende dalle accuse dei critici nella sinossi redatta per i Dialoghi con Leucò (Einaudi, 1947).

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Proprio i frati e le suore di clausura sono i protagonisti della sezione Padri e sorelle, dedicata agli 8 anni, dal 1972 al 1980, in cui Michele Pellegrino, credente, seppur non osservante, appassionato di letture filosofiche e teologiche, si è dedicato a ritrarre questi personaggi che per propria scelta vivono al di fuori della società e della storia.


È una missione fotografica unica nel suo genere, originata dall'interesse verso queste scelte di radicalità spirituale ed esistenziale. L'importanza della sua ricerca è tale che nell'abside della ex chiesa di San Francesco è ospitato Il trittico mistico, una composizione di tre grandi foto conventuali.

Dagli anni '80 le fotografie di Pellegrino vedono via via scomparire la figura umana, trasformandosi in immagini inanimate e difficilmente databili. Gli adorati paesaggi montuosi e, più raramente, marini, diventano i soggetti scelti dal fotografo. Luoghi in cui l'unico vissuto è quello minerale, in lentissima e impercettibile evoluzione. Le sue vette, soprattutto quelle più “tenebrose”, privilegiate in questa mostra, rinviano al tempo stesso al sublime e all'eremitico. Pellegrino si dimostra egualmente straordinario quando fotografa interi paesi del cuneese, luoghi che sembrano disabitati, infestati da oscure presenze che rimandano al neogotico e al fantasy.



L'interpretazione della realtà in Pellegrino si accosta al senso ultimo dell'opera del citato Pavese, una visione simbolica e metafisica del mondo che lo circonda, una concezione quindi, quella di Pellegrino, della fotografia come allegoria.

La mostra sarà accompagnata da Storie, una speciale monografia sull'intera opera di Pellegrino edita da Skira con testi critici redatti da Enzo Biffi Gentili e Walter Guadagnini.

Michele Pellegrino è nato il 1° febbraio 1934 a Chiusa di Pesio in provincia di Cuneo e ha avuto una vita piuttosto movimentata. Da bambino ha vissuto gli anni difficili e travagliati della guerra. A nove anni, da giugno, appena finita la scuola, fino all'inizio del seguente anno scolastico, è andato come servitore in una cascina. La paga pattuita era mezzo sacco di castagne e mezzo sacco di patate. Erano tempi difficili e in famiglia tutti dovevano contribuire. Il lavoro di pastore fu l'inizio di molti altri mestieri. Poi l'innamoramento per la fotografia, fino a quel momento un universo sconosciuto. Per Pellegrino fu l'inizio di una nuova vita.
Autodidatta assoluto, senza la minima idea di cosa concretamente fosse e a che cosa servisse la fotografia, incominciò a fare le cose che fanno tutti i fotoamatori, e aprì un piccolo laboratorio per servizi e sviluppi su commissione. Poi, sentendo l'esigenza anche di un lavoro più creativo, autonomo e personale, si guardò intorno e decise di fotografare il mondo che conosceva meglio, quello della montagna.
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