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Al Vitra Design Museum: Victor Papanek: The Politics of Design





Con «Victor Papanek: The Politics of Design» il Vitra Design Museum presenta fino al 10 marzo 2019 la prima grande retrospettiva dedicata al designer, autore e attivista Victor J. Papanek (1923-1998).

Franca D. Scotti



A partire dagli anni '60 Papanek fu uno dei maggiori precursori di un approccio al design orientato ad aspetti sociali ed ecologici.

La sua opera chiave «Design for the Real World» (1971) è ancora oggi considerata il libro sul design più letto che sia mai stato pubblicato. Qui Papanek sostiene l'inclusione, la giustizia sociale e la sostenibilità - temi più che mai attuali per il design contemporaneo. La mostra espone lavori di straordinario valore come disegni, oggetti, filmati, manoscritti e stampe in parte mai presentati prima al pubblico. Integrano l'esposizione opere di designer degli anni '60 e '80 contemporanei a Papanek, fra cui quelle di George Nelson, Richard Buckminster Fuller, Marshall McLuhan e dell'iniziativa di design radicale «Global Tools». Opere contemporanee provenienti dall'ambito del Critical Design e del Social Design mostrano inoltre quale influenza Papanek continui ad avere sul design di oggi.



Nel 1939 Victor Papanek riuscì a sfuggire alle persecuzioni dei nazionalsocialisti dalla sua città natale Vienna e ad emigrare negli Stati Uniti.
Dopo aver intrapreso la classica carriera del designer industriale, negli anni '60 Papanek sviluppò quell'atteggiamento critico nei confronti del consumismo che lo rese famoso a livello internazionale.
Tale atteggiamento si rispecchiò anche in progetti che egli spesso sviluppava con studenti o collaboratori, quali televisori e radio per i paesi africani, vetture elettriche, ma anche l'oggetto «Fingermajig» atto a stimolare il senso del tatto (1965-1970)
o la serie «Living Cubes» (1973), mobili che l'utente poteva montare da sé arredando l'ambiente a seconda delle proprie esigenze.

La vera importanza di Papanek, tuttavia, risiede nel suo lavoro di autore e mediatore per una nuova concezione critica del design. Nel corso della sua vita Papanek insegnò nelle università di tutto il mondo e ispirò generazioni di studenti. Egli si spese instancabilmente al fine di diffondere un dibattito sul design che fosse il più ampio possibile a livello sociale. A partire dal 1961, per esempio, moderò una serie televisiva dedicata al design che fu trasmessa in tutti gli Stati Uniti.
Oltre che dall'opera principale «Design for the Real World», finora tradotta in più di venti lingue, la reputazione di Papanek come pioniere del design alternativo fu consolidata anche da altre pubblicazioni fra cui «How Things Don't Work» (1977) o «Design for Human Scale» (1983). In esse Papanek critica, con sguardo acuto e umoristico, la fede cieca nel consumismo e trasferisce molte delle idee della generazione del '68 a questioni pratiche per la vita quotidiana di molte persone.


L'esposizione «Victor Papanek: The Politics of Design» è suddivisa in quattro aree che presentano in modo esauriente la vita e l'opera di Papanek. Una grande istallazione mediatica introduttiva mostra le tesi di Papanek nel contesto della sua epoca. Segue una panoramica biografica che ripercorre la vita di Papanek dalla fuga dall'Europa fino al successo internazionale. Per la prima volta si è potuto far ricorso al lascito di Papanek che oggi si trova nella Victor J. Papanek Foundation all'Università di arti applicate di Vienna e che raccoglie molti documenti mai mostrati prima al pubblico. Ne fanno parte taccuini, lettere, mobili, oggetti della collezione etnologica di Papanek così come migliaia di diapositive utilizzate da Papanek durante le sue conferenze.

In altre due aree espositive vengono approfonditi i temi principali del lavoro di Papanek. Questi comprendono sia la sua critica fondamentale al consumismo e la preoccupazione per le minoranze sociali che il suo impegno per gli interessi di ciò che allora era definito «Terzo Mondo», per l'ecologia e la sostenibilità così come per la cultura del «fare», vale a dire della creazione e produzione con mezzi propri che prende spunto dal movimento «Do it Yourself» degli anni '60. Qui si può ammirare una grande quantità di disegni di Papanek, dei suoi studenti e di altri collaboratori, per esempio quelli della designer danese Susanne Koefoed che nel 1968 sviluppò, in veste di studentessa di Papanek, il primo simbolo internazionale di accessibilità (International Symbol of Access).



L'esposizione è integrata da 20 opere contemporanee accuratamente selezionate che trasportano le tesi di Papanek nel XXI secolo. Le opere sono state realizzate, tra gli altri, da Catherine Sarah Young, Forensic Architecture, Jim Chuchu, Tomás Saraceno, Gabriel Ann Maher e dal collettivo brasiliano Flui Coletivo e Questtonó. Anche queste opere affrontano temi complessi come il cambiamento climatico globale, l'identità di genere fluida, il nostro comportamento consumistico o la realtà economica dei movimenti migratori e dimostrano così quanto continuino ad essere importanti le questioni che Papanek si pose già negli anni '60. Allo stesso tempo, le opere esposte superano il mondo bianco, dominato dal maschio occidentale a cui Victor Papanek rimase legato nonostante tutti i suoi sforzi.
«Victor Papanek: The Politics of Design» è dunque sia una retrospettiva che un'esposizione a tema. Tramite la figura di Victor Papanek ci si avvicina ad un argomento molto più ampio, vale a dire all'importanza del design come strumento politico. Quello che infatti all'epoca di Papanek era considerato rivoluzionario, è oggi un dato di fatto: il design non è solo un processo veicolante la forma, è uno strumento di cambiamento politico e deve essere impiegato tenendo conto degli aspetti etico-sociali. Non a caso i dibattiti odierni su temi quali il Social Design o il Design Thinking si rifanno alle tesi di Papanek con massima naturalezza. La mostra vuole presentare Papanek nel suo ruolo di precursore di questi dibattiti - e come uno dei grandi pensatori del design - e riscoprirlo per il pubblico del XXI secolo. Contemporaneamente analizza se quel design socialmente impegnato così fortemente voluto da Papanek può effettivamente cambiare il mondo moderno e renderlo migliore.
La mostra nasce dalla collaborazione con il Barcelona Design Museum e la Victor J. Papanek Foundation all'Università di arti applicate di Vienna ed è finanziata dalla Kulturstiftung des Bundes.


Ottobre 2018

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Al Vitra Design Museum: Victor Papanek: The Politics of Design





Con «Victor Papanek: The Politics of Design» il Vitra Design Museum presenta fino al 10 marzo 2019 la prima grande retrospettiva dedicata al designer, autore e attivista Victor J. Papanek (1923-1998).

Franca D. Scotti



A partire dagli anni '60 Papanek fu uno dei maggiori precursori di un approccio al design orientato ad aspetti sociali ed ecologici.

La sua opera chiave «Design for the Real World» (1971) è ancora oggi considerata il libro sul design più letto che sia mai stato pubblicato. Qui Papanek sostiene l'inclusione, la giustizia sociale e la sostenibilità - temi più che mai attuali per il design contemporaneo. La mostra espone lavori di straordinario valore come disegni, oggetti, filmati, manoscritti e stampe in parte mai presentati prima al pubblico. Integrano l'esposizione opere di designer degli anni '60 e '80 contemporanei a Papanek, fra cui quelle di George Nelson, Richard Buckminster Fuller, Marshall McLuhan e dell'iniziativa di design radicale «Global Tools». Opere contemporanee provenienti dall'ambito del Critical Design e del Social Design mostrano inoltre quale influenza Papanek continui ad avere sul design di oggi.



Nel 1939 Victor Papanek riuscì a sfuggire alle persecuzioni dei nazionalsocialisti dalla sua città natale Vienna e ad emigrare negli Stati Uniti.
Dopo aver intrapreso la classica carriera del designer industriale, negli anni '60 Papanek sviluppò quell'atteggiamento critico nei confronti del consumismo che lo rese famoso a livello internazionale.
Tale atteggiamento si rispecchiò anche in progetti che egli spesso sviluppava con studenti o collaboratori, quali televisori e radio per i paesi africani, vetture elettriche, ma anche l'oggetto «Fingermajig» atto a stimolare il senso del tatto (1965-1970)
o la serie «Living Cubes» (1973), mobili che l'utente poteva montare da sé arredando l'ambiente a seconda delle proprie esigenze.

La vera importanza di Papanek, tuttavia, risiede nel suo lavoro di autore e mediatore per una nuova concezione critica del design. Nel corso della sua vita Papanek insegnò nelle università di tutto il mondo e ispirò generazioni di studenti. Egli si spese instancabilmente al fine di diffondere un dibattito sul design che fosse il più ampio possibile a livello sociale. A partire dal 1961, per esempio, moderò una serie televisiva dedicata al design che fu trasmessa in tutti gli Stati Uniti.
Oltre che dall'opera principale «Design for the Real World», finora tradotta in più di venti lingue, la reputazione di Papanek come pioniere del design alternativo fu consolidata anche da altre pubblicazioni fra cui «How Things Don't Work» (1977) o «Design for Human Scale» (1983). In esse Papanek critica, con sguardo acuto e umoristico, la fede cieca nel consumismo e trasferisce molte delle idee della generazione del '68 a questioni pratiche per la vita quotidiana di molte persone.


L'esposizione «Victor Papanek: The Politics of Design» è suddivisa in quattro aree che presentano in modo esauriente la vita e l'opera di Papanek. Una grande istallazione mediatica introduttiva mostra le tesi di Papanek nel contesto della sua epoca. Segue una panoramica biografica che ripercorre la vita di Papanek dalla fuga dall'Europa fino al successo internazionale. Per la prima volta si è potuto far ricorso al lascito di Papanek che oggi si trova nella Victor J. Papanek Foundation all'Università di arti applicate di Vienna e che raccoglie molti documenti mai mostrati prima al pubblico. Ne fanno parte taccuini, lettere, mobili, oggetti della collezione etnologica di Papanek così come migliaia di diapositive utilizzate da Papanek durante le sue conferenze.

In altre due aree espositive vengono approfonditi i temi principali del lavoro di Papanek. Questi comprendono sia la sua critica fondamentale al consumismo e la preoccupazione per le minoranze sociali che il suo impegno per gli interessi di ciò che allora era definito «Terzo Mondo», per l'ecologia e la sostenibilità così come per la cultura del «fare», vale a dire della creazione e produzione con mezzi propri che prende spunto dal movimento «Do it Yourself» degli anni '60. Qui si può ammirare una grande quantità di disegni di Papanek, dei suoi studenti e di altri collaboratori, per esempio quelli della designer danese Susanne Koefoed che nel 1968 sviluppò, in veste di studentessa di Papanek, il primo simbolo internazionale di accessibilità (International Symbol of Access).



L'esposizione è integrata da 20 opere contemporanee accuratamente selezionate che trasportano le tesi di Papanek nel XXI secolo. Le opere sono state realizzate, tra gli altri, da Catherine Sarah Young, Forensic Architecture, Jim Chuchu, Tomás Saraceno, Gabriel Ann Maher e dal collettivo brasiliano Flui Coletivo e Questtonó. Anche queste opere affrontano temi complessi come il cambiamento climatico globale, l'identità di genere fluida, il nostro comportamento consumistico o la realtà economica dei movimenti migratori e dimostrano così quanto continuino ad essere importanti le questioni che Papanek si pose già negli anni '60. Allo stesso tempo, le opere esposte superano il mondo bianco, dominato dal maschio occidentale a cui Victor Papanek rimase legato nonostante tutti i suoi sforzi.
«Victor Papanek: The Politics of Design» è dunque sia una retrospettiva che un'esposizione a tema. Tramite la figura di Victor Papanek ci si avvicina ad un argomento molto più ampio, vale a dire all'importanza del design come strumento politico. Quello che infatti all'epoca di Papanek era considerato rivoluzionario, è oggi un dato di fatto: il design non è solo un processo veicolante la forma, è uno strumento di cambiamento politico e deve essere impiegato tenendo conto degli aspetti etico-sociali. Non a caso i dibattiti odierni su temi quali il Social Design o il Design Thinking si rifanno alle tesi di Papanek con massima naturalezza. La mostra vuole presentare Papanek nel suo ruolo di precursore di questi dibattiti - e come uno dei grandi pensatori del design - e riscoprirlo per il pubblico del XXI secolo. Contemporaneamente analizza se quel design socialmente impegnato così fortemente voluto da Papanek può effettivamente cambiare il mondo moderno e renderlo migliore.
La mostra nasce dalla collaborazione con il Barcelona Design Museum e la Victor J. Papanek Foundation all'Università di arti applicate di Vienna ed è finanziata dalla Kulturstiftung des Bundes.


Ottobre 2018

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Con «Victor Papanek: The Politics of Design» il Vitra Design Museum presenta fino al 10 marzo 2019 la prima grande retrospettiva dedicata al designer, autore e attivista Victor J. Papanek (1923-1998).

Franca D. Scotti



A partire dagli anni '60 Papanek fu uno dei maggiori precursori di un approccio al design orientato ad aspetti sociali ed ecologici.

La sua opera chiave «Design for the Real World» (1971) è ancora oggi considerata il libro sul design più letto che sia mai stato pubblicato. Qui Papanek sostiene l'inclusione, la giustizia sociale e la sostenibilità - temi più che mai attuali per il design contemporaneo. La mostra espone lavori di straordinario valore come disegni, oggetti, filmati, manoscritti e stampe in parte mai presentati prima al pubblico. Integrano l'esposizione opere di designer degli anni '60 e '80 contemporanei a Papanek, fra cui quelle di George Nelson, Richard Buckminster Fuller, Marshall McLuhan e dell'iniziativa di design radicale «Global Tools». Opere contemporanee provenienti dall'ambito del Critical Design e del Social Design mostrano inoltre quale influenza Papanek continui ad avere sul design di oggi.



Nel 1939 Victor Papanek riuscì a sfuggire alle persecuzioni dei nazionalsocialisti dalla sua città natale Vienna e ad emigrare negli Stati Uniti.
Dopo aver intrapreso la classica carriera del designer industriale, negli anni '60 Papanek sviluppò quell'atteggiamento critico nei confronti del consumismo che lo rese famoso a livello internazionale.
Tale atteggiamento si rispecchiò anche in progetti che egli spesso sviluppava con studenti o collaboratori, quali televisori e radio per i paesi africani, vetture elettriche, ma anche l'oggetto «Fingermajig» atto a stimolare il senso del tatto (1965-1970)
o la serie «Living Cubes» (1973), mobili che l'utente poteva montare da sé arredando l'ambiente a seconda delle proprie esigenze.

La vera importanza di Papanek, tuttavia, risiede nel suo lavoro di autore e mediatore per una nuova concezione critica del design. Nel corso della sua vita Papanek insegnò nelle università di tutto il mondo e ispirò generazioni di studenti. Egli si spese instancabilmente al fine di diffondere un dibattito sul design che fosse il più ampio possibile a livello sociale. A partire dal 1961, per esempio, moderò una serie televisiva dedicata al design che fu trasmessa in tutti gli Stati Uniti.
Oltre che dall'opera principale «Design for the Real World», finora tradotta in più di venti lingue, la reputazione di Papanek come pioniere del design alternativo fu consolidata anche da altre pubblicazioni fra cui «How Things Don't Work» (1977) o «Design for Human Scale» (1983). In esse Papanek critica, con sguardo acuto e umoristico, la fede cieca nel consumismo e trasferisce molte delle idee della generazione del '68 a questioni pratiche per la vita quotidiana di molte persone.


L'esposizione «Victor Papanek: The Politics of Design» è suddivisa in quattro aree che presentano in modo esauriente la vita e l'opera di Papanek. Una grande istallazione mediatica introduttiva mostra le tesi di Papanek nel contesto della sua epoca. Segue una panoramica biografica che ripercorre la vita di Papanek dalla fuga dall'Europa fino al successo internazionale. Per la prima volta si è potuto far ricorso al lascito di Papanek che oggi si trova nella Victor J. Papanek Foundation all'Università di arti applicate di Vienna e che raccoglie molti documenti mai mostrati prima al pubblico. Ne fanno parte taccuini, lettere, mobili, oggetti della collezione etnologica di Papanek così come migliaia di diapositive utilizzate da Papanek durante le sue conferenze.

In altre due aree espositive vengono approfonditi i temi principali del lavoro di Papanek. Questi comprendono sia la sua critica fondamentale al consumismo e la preoccupazione per le minoranze sociali che il suo impegno per gli interessi di ciò che allora era definito «Terzo Mondo», per l'ecologia e la sostenibilità così come per la cultura del «fare», vale a dire della creazione e produzione con mezzi propri che prende spunto dal movimento «Do it Yourself» degli anni '60. Qui si può ammirare una grande quantità di disegni di Papanek, dei suoi studenti e di altri collaboratori, per esempio quelli della designer danese Susanne Koefoed che nel 1968 sviluppò, in veste di studentessa di Papanek, il primo simbolo internazionale di accessibilità (International Symbol of Access).



L'esposizione è integrata da 20 opere contemporanee accuratamente selezionate che trasportano le tesi di Papanek nel XXI secolo. Le opere sono state realizzate, tra gli altri, da Catherine Sarah Young, Forensic Architecture, Jim Chuchu, Tomás Saraceno, Gabriel Ann Maher e dal collettivo brasiliano Flui Coletivo e Questtonó. Anche queste opere affrontano temi complessi come il cambiamento climatico globale, l'identità di genere fluida, il nostro comportamento consumistico o la realtà economica dei movimenti migratori e dimostrano così quanto continuino ad essere importanti le questioni che Papanek si pose già negli anni '60. Allo stesso tempo, le opere esposte superano il mondo bianco, dominato dal maschio occidentale a cui Victor Papanek rimase legato nonostante tutti i suoi sforzi.
«Victor Papanek: The Politics of Design» è dunque sia una retrospettiva che un'esposizione a tema. Tramite la figura di Victor Papanek ci si avvicina ad un argomento molto più ampio, vale a dire all'importanza del design come strumento politico. Quello che infatti all'epoca di Papanek era considerato rivoluzionario, è oggi un dato di fatto: il design non è solo un processo veicolante la forma, è uno strumento di cambiamento politico e deve essere impiegato tenendo conto degli aspetti etico-sociali. Non a caso i dibattiti odierni su temi quali il Social Design o il Design Thinking si rifanno alle tesi di Papanek con massima naturalezza. La mostra vuole presentare Papanek nel suo ruolo di precursore di questi dibattiti - e come uno dei grandi pensatori del design - e riscoprirlo per il pubblico del XXI secolo. Contemporaneamente analizza se quel design socialmente impegnato così fortemente voluto da Papanek può effettivamente cambiare il mondo moderno e renderlo migliore.
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